Crepo dal freddo. Fotoni insensibili fendono il buio. Non sentono nulla, mentre io sento freddo. Nei transistor, nei circuiti, nelle vene di rame e tungsteno gli elettroni vibrano. Sfiorano collisioni cosmiche mentre io scivolo nel buio. Tutto ruota, senza alcun senso su rotaie invisibili. Su cui non lasciamo che la bava. Non sono mai riuscito ad ascoltare il rumore che faccio mentre scivolo via. Sento il freddo, però. È reale e ancora una volta non so spiegarmi perché. Prima o poi mi schiacceranno come una lumaca. E non resterà che una traccia di bava. Per poco. Finché non torna la pioggia.
altrove e da nessuna parte ancora
gennaio 11, 2010Non ce la faccio a stare al vostro passo. Ad avere la vostra costanza. A vedere ogni stesso giorno le stesse cose che vorrei vedere per l’ultima volta. E che invece ritornano. Non ho la vostra stessa forza per ripetere ogni volta la stessa strada. Quella di sempre. E rimettere i passi nei passi, e negli altri miei passi del giorno prima ancora. Non ho la vostra dedizione a mantenere il manto della strada lindo. Per poter avere la sensazione di poterci correre senza mai poterlo fare davvero. Non ho la vostra immaginazione per poter vedere l’orizzonte oltre i palazzi. Non ho il vostro equilibrio per non scivolare sull’asfalto bagnato. Ma preferisco cadere che cambiare passo. Cadere, che cambiare stivali. Cadere, che non sentire più la necessità di andarmene.
[ago 010]
di carne, pelle e ossa
novembre 22, 2009Preferisco il dolore fisico. Netto come una pallonata nei coglioni. Sai dove inizia, dove finisce. Sai cosa l’ha provocato. Sai se c’è rimedio o no. Per lo più sai se dura o se smette subito. Occupa la mente soltanto nel definirlo. Lo assapori lentamente, fino al culmine. Irrigidisce nervi e tendini. Ovatta i rumori esterni. Imbeve il cervello di alcol. Lo immerge fino al fondo. Senti solo quello. Diventi più pesante, più lento. Ogni passo dura più del solito, non per sentire meno dolore. Ma per scrutarlo, conoscerlo. Viverci insieme, senza maledirlo. Lasciandogli una parte di carne, pelle e ossa. Lo preferisco perché non si nasconde, è leale. Resta lì fin quanto vuole. E tu lo sai.
[ago 009]
grafite
novembre 5, 2009Stanotte il buio ha l’odore dell’asfalto bagnato. Scivoloso. Cado. Mi mischio al nero più profondo. Ma è solo dal fondo che riesco a vedere il cielo e a non preoccuparmi più di cadere. E’ uno stato di grazia assoluto. Ma intanto scrivo a matita quel che potrò sempre cancellare.
[ago 008]
epilogo gastrico
novembre 2, 2009La condizione di linearità non mi appartiene. Piuttosto sbando. Infilo le dita a fondo nelle pareti dell’intestino che mi sta digerendo. Lo prendo a calci, lo lacero e mi immergo nelle budella del tempo che mi è stato concesso. Lasciarsi spedire nel culo dell’esistenza? Preferisco risalire i succhi gastrici, i flussi ferruginosi del sangue, e arrivare a respirare passando dagli occhi. Sputami, puttana di un’esistenza. Perché ti sto bucando le viscere. Non mi hai inghiottito morto, mi hai preferito vivo. Avresti dovuto staccarmi la testa con un morso.
Ottoemezzo. L’A 14 a quest’ora è come una pista di sci di fondo. Due tracciati su cui scivolano scatolette di carne. Il buio dà l’illusione della sospensione della realtà, come se il tempo per lasciarsi il Sud alle spalle non esistesse. Il viaggio astrae. La realtà è lì da qualche parte. E non ci sta aspettando.
[ago 007]
exit
ottobre 27, 2009Primo: vomitare. Se non ce la fai, basta infilare due dita in gola. A fondo, quasi come ingoiarle. Poi muoverle, come se si stesse cercando qualcosa. Spingere col diaframma. Lasciarsi andare. Ripetere l’operazione. Svuotare con cura. Secondo: osservare quel che si è buttato fuori. E’ un passaggio fondamentale. Più accurata sarà l’osservazione, meno dubbi ci saranno. Terzo: doccia. Svuotare lo scaldino. Acqua bollente, poco sapone. Ascoltare attentamente il rumore delle gocce d’acqua. Seguire il movimento sul proprio corpo, sul viso, fin sotto la pianta del piede. Quarto: finita la doccia, respirare profondamente il vapore acqueo. Due volte, non di più. Uscire dalla doccia. Quinto: sentire il freddo sulla pelle. Restare immobili fino a che diventi pungente. Poi, una volta in camera, mettete su della musica. Non pensare a nulla. Vestitevi. Sesto: prendere un sigaro, toscano, originale. Arrotolato a mano. Spezzarlo senza danneggiare le foglie. Portarlo alle labbra. Raggiungere l’uscita. Chiudete la porta, senza mandate. Lì dentro non c’è nulla che faccia per voi. Il vostro avvenire vi si è appena sdraiato di fronte.
[ago 006]
colla di pesce
settembre 22, 2009Non ricordo nient’altro. C’era solo una coltre di fumo, densa. Un bicchiere con dello scotch. Bevuta ritmica. Due colpi. Mezzo, poi giù fino al fondo. Bicchiere anonimo, omertoso. Samson biondo aperto, sparso sulla busta. L’odore dei filtri bruciati schiacciati in un portacenere Averna, rubato. Mi dava la nausea. Alla 15ma rullata le mie labbra avevano il sapore del tabacco, la mia gola raschiata come foglie di banano in cui avvolgono i sigari domenicani. Dovevo bagnare con dello scotch, sciogliere il catrame, lenire il dolore e confondere l’acre del virginia con la torba. Lumini al cedro. Riprendere a fumare. Da capo. Le auto fuori ronzavano come zanzare ingorde. Le avresti schiacciate. I fogli immobili e terrorizzati, tra le parole il puzzo di ingranaggi e inchiostro di una Olivetti lettera 22. Il rumore inconfondibile delle lettere scolpite sul foglio. Scagliate. Le parole mitragliate nella notte, mentre il buio fuori ricopriva il mondo come colla di pesce. Non ricordo nient’altro. Non ci sono molte ragioni quando decidi. Hai solo le tue idee del cazzo e se pensi sono poche. In quelle ore, decisi che avrei scritto.
[ago 005]
piccolo mondo
dicembre 9, 2008Nell’intestino di latta su rotaia mi perdo ancora come di fronte al presepio. Dalle feritoie dei vagoni mi affaccio fuori. Scruto il rotolo di carta che scorre, dipinto di alberi, nuvole e case. Nel buio della sera si compie il gesto mistico. Come di fronte al presepio di casa, da piccolo, prima di cena. Guardo la stalla, le case di cartone illuminate all’interno. Luci blu, rosse, verdi. Si affievoliscono. Dormono. Tutto il presepe dorme con loro. Rinascono di colpo e nella notte perenne tutto ritorna a sonnecchiare alla luce del lampione colorato. Dal serpente di latta la vita appare tale e quale. Quel che vedi non senti. Senti solo lo stridere delle latte. E immagini i suoni, il calore, le parole. Guardi in fondo alle finestre aperte delle case di pietra. Vedi luci accese, colorate. Persone immobili, pensierose. Sedute. In piedi. Non dicono nulla, come i pastori del presepe. Stanno in silenzio. Sei tu che darai loro vita. Mentre guardo, prima di cena, vengo rapito. Quel che vivo é quel che vedo. Rotolo sui muschi e scalo montagne di sassi. Visito case dai vetri colorati, mulini a vento. Arrivo alla grotta. Il posto più caldo. Mi accoccolo, attendo. Non avrei mai voluto andar via, in nessun altro posto che quel piccolo angolo di casa dove ho visto per la prima volta il mondo.
[ago 004]
dondolo
dicembre 9, 20089 dicembre. 166,700 km di viaggio. Dondolo come in una stiva di una nave, clandestino. Scivolo sulle pareti. E’ il mio stomaco. Le sue sono pareti scivolose. Acide. Tento di aggrapparmi, infilo le unghia nella carne, ma finisco nel fondo del liquido gastrico. Dondolo. Mi lascio portare alle bocche del pirolo. La lunga strada mi sta digerendo come una prugna secca. Vorace, la realtà mi azzanna, mi ingoia. Mi inonda di succo gastrico e mi espelle immediatamente. La strada corre veloce. Dondolo piano, ma appena mi addormento scivolo dal culo della realtà e finisco altrove. Quando ti lasci scappare dalle labbra la parola casa per indicare l’albergo della stazione che ti raccoglie a fine giornata, non hai altra sorte che farti divorare ancora. Dondolo piano. Galleggio. Ma prima o poi mi riaddormento.
[ago 003]
vomito
marzo 15, 2008Io non scrivo per piacere. Me lo impongo. Scrivere per me è una sofferenza. È come cacciarsi le mani in bocca e cercare il conato. Scrivere per me è vomitare. È sofferto allo stesso modo. Non mi compiaccio di quello che scrivo, non sono come quelli che scrivono come pisciano e mentre lo fanno godono. Magari lo fanno vedere anche in giro, se ne vantano. Scrivere per me è tirare fuori quel che sta benissimo dentro, poiché dentro è il suo posto, ma che nel modo in cui passo i giorni rischia la metamorfosi senza che i miei occhi l’abbiano conosciuto quel di dentro. Per questo mi costringo. Per questo vomito. Senza senso, pensieri incompiuti, scritte sputate, slegate da qualsiasi laccio e picchetto, come una tenda buttata in aria dal vento. Poi lo osservo e lo lascio lì dove l’ho sputato. Non c’è niente di piacevole nel tirare fuori l’incompiutezza del mio più profondo pensiero, il dubbio atroce, e quel che ingurgito silenziosamente giorno dopo giorno nuotando nel più calmo dei mari o in quelli in tempesta. Acqua salata che affoga e che allo stesso tempo tiene a galla. Dondolio dolce e nauseabondo delle onde del mare. Rumore costante e ripetitivo, certezza e oblio. Come il primo fragoroso impatto dell’onda sugli scogli viene dimenticato e rimpiazzato dal nuovo, questo appunto tornerà nella notte nel profondo del mare, l’unica cosa che mi dà un senso di sconfinato, di aperto e di lontano. Immenso baule di ogni angoscia e paura, mi lascia alla sua riva puro e libero da ogni inquietudine.
